Elena del ghetto
La recensione di Elena del ghetto, di Stefano Casertano, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Tratto dalla storia vera di Elena Di Porto, Elena del ghetto -esordio alla regia di Stefano Casertano- ha prima di tutto l’urgenza di inserirsi nel dibattito culturale di oggi, coscientemente o meno, dove ogni forma di repressione parte in sordina per esplodere lentamente ma inesorabilmente. Per questo, la parabola della protagonista, che ha il volto di una smagliante Micaela Ramazzotti, potrebbe essere trasportata perfettamente in ogni contesto storico: Elena è una protagonista senza tempo, moglie oppressa, donna messa da parte, mamma instancabile e rivoluzionaria mai sazia fino alla fine e fino alle estreme conseguenze. Non per niente la messa in scena quasi teatrale e così urlata riecheggia (ma non è un segreto) la trilogia di Luigi Magni sulla Roma papalina, spargendo anche tracce varie dal Rugantino di Garinei e Giovannini fino al Pasquino di Nino Manfredi.
Al di là comunque delle reference più o meno importanti e più o meno dichiarate, Elena del ghetto sa prendersi sul serio senza scadere nel melò ricattatorio: merito probabilmente della protagonista, a cui Casertano fa trovare la quadra dopo aver corso il rischio di fossilizzarsi e affossarsi in ruoli tutti uguali scanditi da quel romanesco così presente, e anzi usando le sue caratteristiche imprescindibili per restituire un personaggio a tutto tondo che è anche e soprattutto funzionale al testo ma soprattutto ad un’idea di cinema ben precisa.
Che è quella di non voler mai trovare un grimaldello per far piangere lo spettatore, bensì di portare alla luce il dramma, il dolore, la sofferenza della gente più umile in qualsiasi contesto sociale e storico, intrisi però di quella leggerezza che fa parte della vita quotidiana. In questo, è ottimo il contrasto tra la Ramazzotti (che letteralmente invade ogni scena) e le interpretazioni di Valerio Aprea, Giulia Bevilacqua, Caterina De Angelis, sempre in sottrazione, sempre a levare piuttosto che aggiungere: circostanza che prima di tutto dà ritmo al film, e poi riesce a rendere una policromia di caratteri che si staglia sullo sfondo di una fotografia virata su toni scuri e soffusi.
di Gianlorenzo Franzì