Arco – Un’amicizia per salvare il futuro

La recensione di Arco - Un'amicizia per salvare il futuro, di Ugo Bienvenu, a cura di Guido Reverdito.

Diretto dal giovane fumettista e illustratore Ugo Bienvenu e uno dei cinque prodotti candidati all’Oscar nella categoria del cinema di animazione, Arco rappresenta uno degli esempi più interessanti della recente filmografia francese in quell’àmbito. Presentato in anteprima all’ultima kermesse sulla Croisette, il lungometraggio si inserisce in quella tradizione europea che utilizza il linguaggio dell’animazione non solo come intrattenimento, ma anche come strumento di riflessione culturale e politica.

La vicenda è ambientata in un futuro remoto e non meglio precisato. Tutto ruota intorno al piccolo Arco che vive con la sua famiglia sulle nuvole, in abitazioni edificate su piattaforme altamente ecosostenibili sorrette da pilastri simili ad alberi giganti. Mentre i genitori e la sorella più grande possono viaggiare avanti e indietro nel tempo grazie a dei mantelli magici che creano nell’aria scie di arcobaleno simili a comete, ad Arco la cosa non è concessa per ragioni anagrafiche. Il che gli impedisce di fare ciò che più sognerebbe. E cioè di tuffarsi nella preistoria per vedere dal vivo i dinosauri di cui è appassionatissimo.

Un giorno Arco ruba il mantello da viaggio temporale alla sorella maggiore e si getta nel vuoto dello spazio/tempo, ritrovandosi nel cortile di Iris, una bambina di 10 anni che vive nel 2075 con il fratellino neonato Peter e un bizzarro robot tuttofare chiamato Mikki. La vita di Iris si svolge 50 anni in avanti rispetto alla nostra era, ma molto prima del futuro da cui proviene Arco, in un’epoca caratterizzata da incendi e inondazioni incessanti ma anche dall’allargamento del buco di ozono nell’atmosfera. Come è ovvio e scontato che sia, tra i due bambini non tarda a nascere una bella amicizia. E infatti sarà proprio Iris ad aiutare Arco a tornare nel suo mondo facendogli trovare un diamante necessario per viaggiare nel futuro (pietra preziosissima questa che era stata ritrovata vent’anni prima da tre fratelli che avevano avvistato nel cielo le scie di arcobaleno e volevano dimostrarne l’esistenza fornendo prove a chi non dava loro credito alcuno).

Dal punto di vista estetico, Arco colpisce per la raffinatezza della sua animazione. Bienvenu costruisce un universo visivo caratterizzato da colori luminosi e da una composizione delle immagini che richiama tanto l’illustrazione contemporanea quanto alcune suggestioni dell’animazione giapponese. In particolare, è difficile non cogliere l’influenza dell’opera di Hayao Miyazaki, soprattutto nell’attenzione ai paesaggi naturali e nel rapporto quasi spirituale tra i giovani protagonisti e l’ambiente.

Tuttavia, ciò che distingue davvero il film è il suo impianto tematico. Arco utilizza la struttura narrativa del viaggio nel tempo per interrogarsi sul rapporto tra presente e futuro. La distopia climatica rappresentata nel film non viene trattata con toni catastrofici, ma piuttosto come una realtà fragile, il cui destino dipende dalle scelte individuali e collettive. In questo senso, l’opera si colloca nel filone delle narrazioni ecologiche contemporanee, ma evita il didascalismo grazie a un racconto che privilegia la dimensione emotiva e relazionale. E a questo va aggiunto che la sceneggiatura mantiene una struttura relativamente lineare e accessibile, scelta che rende il film fruibile anche da un pubblico in erba pur potendo a tratti apparire come un limite, visto che alcuni passaggi risultano prevedibili e la costruzione del mondo futuristico avrebbe potuto essere approfondita maggiormente. Nonostante ciò, Arco – opera di grande raffinatezza visiva e forte di un soggetto in linea con urgenze tematiche del presente nella quale la fantascienza viene usata come strumento per riflettere sulle responsabilità ambientali e sul ruolo delle nuove generazioni nel ridisegnare il futuro – riesce a mantenere una forte coerenza poetica costruendo un immaginario in cui l’infanzia diventa lo spazio privilegiato della possibilità e dell’immaginazione. Attraverso lo sguardo dei suoi protagonisti, il futuro non viene presentato come una fatalità già scritta, ma un territorio aperto e ancora modificabile.


di Guido Reverdito
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