LE NOSTRE RECENSIONI DALLA 41a SETTIMANA DELLA CRITICA

Prima della Guerra, di Tommaso Usberti: microcosmo autobiografico (di Alvise Mainardi)

Il lungometraggio d’esordio di Tommaso Usberti, vincitore della 41esima edizione della SIC veneziana, è un tuffo nel passato e nella nativa città di Piadena, modesto snodo ferroviario nel cuore della Bassa padana, che abbandonò ancora in età scolare per trasferirsi in Francia, dove ha poi diretto i primi corti. Il carattere autobiografico dell’opera è ribadito dall’interpretazione del fratello minore Piero, suo doppio spirituale nonché incarnazione – nel ruolo del protagonista Guido – della peggio gioventù di paese, sopraffatta dalla brutalità della provincia.

Nel microcosmo agrario ha luogo un sempiterno ciclo di violenza che gradualmente seduce le nuove generazioni, facendone gli agenti della sua perpetuazione; una violenza che nasce nel contesto più intimo, quello domestico e patriarcale, e si propaga verso gli altri ambiti dell’essenziale società contadinesca, manifestandosi in una cultura razzista, misogina. Prima della guerra è una riflessione sull’ambivalenza del maschile, freudianamente in bilico, nel film, tra thanatos ed eros, tra il dare libero sfogo al disagio attraverso la violenza e il bisogno recondito d’amore, inconsapevole anelito escapista dal peculiare samsara agreste.

Proprio in equilibrio precario fra il miraggio di redenzione romantica, personificato da una ragazzina kosovara – Luàna Bajrami –, rimaneggiamento sui generis della donna-angelo stilnovista, e un futuro di legittimata bestialità attraverso la professione militare, si trova dunque Guido, costretto per la prima volta nella sua meschina esistenza a prendere una decisione e far fronte alle conseguenze. A espiare per lui l’inedita insicurezza sarà daccapo la fauna di cinghiali, preda prediletta delle prove di “caccia sportiva” cui si dedica brandendo l’amato fucile, rassicurante prolungamento simbolico del fallo.

L’epifania del cervo reale che interrompe la carneficina suina è invece la più essenziale delle manifestazioni della tensione misticheggiante contrapposta all’iperrealismo villereccio (il registro preminente del film), e chiude la ringkomposition inaugurata dall’invocazione alla presunta musa della foresta planiziale nelle battute iniziali. La narrazione angusta e angustiante, punteggiata di riferimenti contemplativi, di questo piccolo mondo al contempo antico e moderno, viene allora messa in relazione con un male ecumenico, convergente con la piega spietata presa dal nostro presente.

Rider, di Roan Johnson e Davide Pavanello: romance criminale a tempo di hip hop (di Michela Manente)

Presentato come un “film che si ascolta e un disco che si vede”, Rider (Italia, 2026, 87’) mette assieme un cast di attori e cantanti, interpreti dell’omoimo album. Film di chiusura della Settimana Internazionale della Critica alla 83. Mostra di Venezia e in sala dall’8 ottobre con I Wonder Pictures, questo film musicalenasce dalla sinergia creativa tra il regista e scrittore Roan Johnson e il compositore e produttore discografico Davide Pavanello (Dade), alla sua prima regia, bassista dei Linea 77 e produttore musicale già premiato ai David di Donatello, ai Nastri d’Argento e Globo d’Oro per la colonna sonora di Gloria!. La pellicola fonde il linguaggio cinematografico con la grammatica del rap e dello spoken word in un genere che potremmo definire urban musical: infatti i brani dell’album, prodotto da Metatron/INRI, costituiscono l’ossatura narrativa dell’opera, dove rime e voice over diventano la cifra espressiva per raccontare le tensioni della periferia della generazione Z con monologhi in rima rap.
La vicenda si srotola nella notte di Capodanno a Milano, quando Sami (Lorenzo Aloi), giovane rider cresciuto da una madre sola e da un padre in libertà vigilata (interpretato da Claudio Santamaria), consegna cibo ad un party esclusivo organizzato dal facoltoso Colombo. Qui conosce Nia (Kaze, attrice e cantautrice) e tra i due scatta una scintilla immediata che li porta a fuggire insieme. Tuttavia, un gesto ambiguo dell’organizzatore della festa, che allunga a Sami una banconota da cento euro, innesca una serie di eventi, culminati con un decesso, che rischiano di trascinare il ragazzo nella stessa spirale malavitosa e violenta del padre, la cui fuga nella legione straniera aveva impedito di crescere il figlio.
In questo romance criminale metropolitano milanese, arricchito dai camei e featuring di artisti come Rosa Chemical, Ensi, Levante (nel ruolo di una tassista), Margherita Vicario, Axos e Johnny Marsiglia, insieme a volti giovanili come Kyshan Wilson (Mare Fuori), la musica trascende il ruolo di colonna sonora per farsi sostanza drammaturgica. L’operazione assume un forte valore sociale e culturale: l’adozione del linguaggio urban flow, una sottocultura urbana con un gergo e un’identità definiti dalla sociologia, è lo strumento d’elezione per dar voce a una generazione schiacciata dal precariato e dall’invisibilità sociale, rappresentata emblematicamente dalla figura del ciclofattorino in corsa costante contro il tempo tra i pericoli della città. Sul piano cinematografico si avverte talvolta un’incertezza recitativa e qualche forzatura narrativa, come nella scelta di un protagonista italiano bianco in un ruolo professionale indagato con diverso realismo in altre opere contemporanee (La storia di Souleymane); tuttavia il film ha il merito di spezzare la rigidità del canone tradizionalista italiano per intercettare il sentire dei più giovani, trasformando la musica d’autore in un ponte di riscatto emotivo e denuncia sociale di fronte all’impossibilità apparente di sfuggire al proprio destino, con consapevolezza e sfida di crescita per Sami.

Zoom In, Zoom Out, di Dong Jie: caccia al tesoro videoludica (di Alvise Mainardi)

Nella Cina iper-contemporanea in cui vive Shi, giovane game designer angosciato dalla scomparsa del coinquilino Gao, l’interazione fra uomo e macchina è pervasiva. L’esistenza fisica, impropriamente detta reale, ormai non può essere separata dalla costante interazione con la sfera digitale, che accoglie una parte non solo della personalità ma anche della persona di ciascuno. I vari livelli di presenza nel mondo si intersecano nell’esordio di Dong Jie al punto da sfumare il confine fra realtà materiale e spazio virtuale, cosicché il suo protagonista è chiamato a indagare tale limine per capire chi fosse davvero il suo amico, sterrando nella seconda vita online di questi all’interno del videogame Omega (gioco realizzato appositamente per interagire con il film) pur di decifrare quanto della sua autentica individualità sia stata appaltata all’avatar grafico.

Proprio il rapporto dell’uomo del XXI secolo con il gioco, in un riesame dello homo ludens huizinghiano, è il nodo centrale del film; i giochi da tavolo e di ruolo, oltre che elettronici, rivestono una certa importanza nello sviluppo del contorto intreccio. Zoom in, zoom out offre una precisa ricostruzione dei meccanismi della capillare ludicizzazione della società cinese, in cui gli adulti interagiscono fra loro soprattutto giocando, come farebbero dei bambini, benché con modalità più sofisticate. Il regista conduce questa nuova quotidianità alle estreme conseguenze quando ribalta la prospettiva fino a sostituire il piano diegetico primario con l’open-world di Omega, riducendo così la “nostra” realtà a frammento sporadico incastonato su uno dei numerosi schermi.

Persino l’architettura della linea narrativa cardinale assume le sembianze di una paradossale caccia al tesoro in cui l’investigatore, risalendo, indizio dopo indizio, la scia di tracce che internet, come Funes, è incapace di dimenticare, scopre di più su di sé che non sull’oggetto dell’indagine, dando un senso alla sua storia. All’accumulo di stimoli lusori fa da contraltare una polifonia espressiva che affastella forme eterogenee (animazione 3D, videosorveglianza, feed social) per ritrarre visivamente una contemporaneità incorporea e irregolare, affrontando sì la non certo neutra rappresentazione filmica della tecnologia ma, nello specifico, ancor più – per giunta con un certo ottimismo – il mai così problematico rapporto con la medialità che contraddistingue il nostro attuale zeitgeist.


di Redazione
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