Un sacco bello
La recensione di Un sacco bello, di Carlo Verdone, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Un sacco bello, il giustamente osannato esordio di un mito vivente come Carlo Verdone, è uno di quei film che non solo ti fermi a guardare per l’ennesima volta se passa in tv; ma soprattutto uno di quelli su cui è stato scritto tanto perché nonostante nel 1980 sembrava “solo” lo sbarco in sala -all’ombra di Sergio Leone- di un comico che faceva faville in tv (sebbene i dati precisi dell’epoca in lire non siano riassunti in una cifra euro attuale nei risultati, fu un notevole successo commerciale classificandosi al 20° posto tra i film di maggiore incasso della stagione cinematografica italiana 1979-1980), oggi sempre più svetta come opera prima che germoglia in maniera rigogliosa, sembrando perennemente giovane anche per come mostra i segni dell’autore che sarà.
Nel film, tre storie sono intrecciate sullo sfondo di una domenica d’agosto, e gli assolati, afosi silenzi romani si sentono forte nel gusto già precoce per l’inquadratura, per lo sfondo e per il ritratto urbano: ma se Emmer è appena dietro l’angolo, la comicità intrisa di malinconia è più vicina alla sensibilità di Charlie Chaplin o di Woody Allen, due esempi di raro e difficile equilibrio tra sorriso e dramma.
Verdone mostrava fin dall’inizio la capacità di saper colmare la distanza tra questi due opposti con facilità, anche grazie a quella mimica che è madre anche dei personaggi croce e delizia del loro stesso autore: un macchiettismo, che visto oggi è sapida caratterizzazione che sembra uscire dal teatro parodistico di Petrolini, che ha fatto si che in questo Un sacco bello e nel successivo Bianco, rosso e Verdone (1982) Carlo desse vita a svariati personaggi -tutti incredibilmente centrati: il figlio hippy, il latin lover divorato dalla solitudine, il professore severo con metodi ottocenteschi, il prete fuori dal mondo, lo zio logorroico…- talmente efficaci, talmente perfetti nel loro sberleffo sottile e dall’ombra lunghissima da essere richiesti a gran voce ancora oggi dopo 46 anni e 28 film.
In ogni caso il film funziona anche perfettamente chiuso in sé, scontro generazionale che trova il centro e quindi è sempre capace di dire qualcosa di attuale: mette a confronto “giovani” e “vecchi” ed esalta i contrasti visti in controluce, in una modalità così parossistica che è impossibile non farsi travolgere.
Ma nonostante alcune sequenze siano a pieno titolo entrate nella storia della comicità (insieme a Mario Brega e Renato Scarpa, coprotagonisti che rubano la scena con una manciata di battute), l’aria che si respira nel salone dove il padre costringe il figlio ribelle Ruggero; nell’appartamento dove Leo nasconde le cose della mamma; nella macchina dove Enzo nasconde le calze di nylon; ebbene, in tutti questi luoghi pesa come un maglio di ferro una solitudine immensa, assoluta, che viene dalla difficoltà di ognuno di loro di trovare il proprio posto in una realtà soffocante e cinica.
È per questo che la comicità di Un sacco bello è, oggi più che ma, un punto di svolta del cinema italiano; perché se il trasformismo di un attore dai tempi comici perfetti veniva dalle lezioni di Alberto Sordi o Peter Sellers, la tristezza della consapevolezza di vivere in un posto sbagliato è di Chaplin o ancora più di Keaton. Tanto cinema, tanti autori, tante suggestioni che però Verdone con Un sacco bello inizia a fare sue, masticandole e risputandole, alla fine creando una proprio e ben precisa dimensione esistenziale che tornerà sempre in seguito, vera e propria ossessione autoriale: cinema come topografia di un tempo dissolto, cinema come sorriso di risposta ad un isolamento che stritola e non lascia più.
di Gianlorenzo Franzì