Nel tepore del ballo

La recensione di Nel tepore del ballo, di Pupi Avati, a cura di Guido Reverdito.

Nel tepore del ballo, l’ultimo film di Pupi Avati (ragazzo classe 1938 che sembra aver stretto un patto con una diavolo benevolo per la longevità di un estro creativo apparentemente privo di barriere anagrafiche) è una meditazione su caduta, memoria e possibile riscatto: una parabola intima che segue la vita di Gianni Riccio, conduttore televisivo travolto da uno scandalo finanziario che frantuma la sua carriera e ridefinisce la sua umanità. Un racconto che saltabecca avanti e indietro nel tempo privilegiando l’interiorità dei personaggi rispetto al clamore mediatico, raccontando il declino come lenta dissoluzione di un’immagine pubblica e insieme come occasione per ritrovare, forse, una forma di verità.

Massimo Ghini – qui probabilmente in una delle sue migliori performance di sempre – costruisce con misura un protagonista irreparabilmente segnato nell’intimo: non un eroe né un mostro, ma un sopravvissuto alle assenze familiari e ai tradimenti del successo. La memorabile scena iniziale, (con la doccia in cella in cui la tinta per capelli cola sul volto segnato dagli anni e che non può non rievocare memorie viscontiane da Morte a Venezia) è emblematico: non si tratta di estetica fine a se stessa, ma di un gesto che espone la finzione, mostra la vulnerabilità e avvia il percorso di svalutazione simbolica del personaggio. Ghini regala momenti di autentica presenza, fatti di sfumature e silenzi, che mantengono il film ancorato a un piano emotivo sempre credibile.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Avati con famiglia (fratello produttore e figlio cosceneggiatore), ricama una sorta di piccolo mondo antico popolato di figure e figuri di contorno che non sono meri comprimari ma si ergono a presenze capaci di imporre il proprio peso specifico al dipanarsi della vicenda nei meandri della memoria. Isabella Ferrari, impietosamente mostrata senza trucco e trucchi, è evocata come primo amore ormai sfatto; Lina Sastri interpreta una zia devota; Sebastiano Somma porta il peso degli amici che non bastano; e Pino Quartullo aggiunge allo script il fardello di legami matrimoniali andati a male come yogurt scaduti. La scelta di inserire nell’album di famiglia personaggi pubblici riconoscibili — Bruno Vespa e Jerry Calà che recitano sé stessi — aggiunge al film un tratto metanarrativo, un lieve tocco di grottesco che comunque non scardina la tonalità elegiaca dell’opera.

Giunto al suo quarantacinquesimo lungometraggio, Avati esplora, con una sensibilità ormai consolidata, l’intreccio tra amore e morte: il sentimento perseguito diventa spesso turbato dalla presenza di una morte annunciata o già avvenuta, e la pellicola assume talvolta i connotati di una danza macabra. Questo motivo ricorre nell’economia narrativa e visiva e conferisce al film un’aura mortuaria, non vittimistica ma contemplativa. La figura della conduttrice televisiva che resuscita il collega defunto a livello mediatico e interpretata da Giuliana De Sio (che da ormai quasi dieci anni il cinema di razza sembra aver inspiegabilmente ignorato e che ci si augura possa tornare ad avere ruoli importanti dopo questa sua feroce caricatura di conduttrice di uno dei mille talk show sguaiati che inquinano il piccolo schermo), è uno degli esempi più riusciti di come Avati sappia coniugare il melodramma con un’ironia malinconica.

Sul versante estetico, la regia appare attenta ai dettagli minimi: inquadrature che indugiano sulla routine quotidiana, primi piani che catturano l’affaticamento del volto, e sequenze in cui la crudezza della situazione convive con momenti di delicata tenerezza. Non mancano però alcune sbavature narrative: la tessitura del racconto a tratti si allenta, e la necessità di coprire ampi archi temporali e relazionali porta a occasionali soluzioni che rallentano il ritmo o smorzano la tensione emotiva, pur non rischiando di compromettere la cifra complessiva del film.

Il tono di quest’ultima opera del regista e produttore bolognese privilegia l’intimo piuttosto che il sensazionalismo: Avati non cerca soluzioni consolatorie e lascia molti nodi irrisolti, offrendo però la pietas verso i personaggi come risorsa principale. Nel tepore del ballo – fedele a una poetica che è diventata negli anni un rassicurante marchio di fabbrica – è dunque un dramma domestico e riflessivo, capace di restituire lo straniamento di un uomo che perde tutto ma cui resta, nel gesto finale e nell’intreccio di mani, la possibilità di una fragile redenzione.


di Guido Reverdito
Condividi

di Guido Reverdito
Condividi