Barry Lyndon

La recensione di Barry Lyndon, di Stanley Kubrick, a cura di Davide Magnisi.

Barry Lyndon ha una struttura circolare incorniciata dalla Sarabanda di George F. Handel, pur essendo nettamente diviso in due parti nel descrivere l’ascesa e la caduta di Redmond Barry (con una parabola discendente annunciata proprio quando sembra arrivato all’apice del successo). Stanley Kubrick, sin dal titolo, pone la centralità del problema del nome, dell’identità del protagonista di questo cinematografico racconto di formazione. Redmond Barry progressivamente abbandona gli ampi scenari naturali della prima parte irlandese per rinchiudersi negli attraenti recinti dello spazio sociale. Nello sconnesso vagare da un esercito all’altro, da un padrino a un successivo, di duello in duello attraverso l’Europa, Redmond Barry impara come fare fortuna, con la scaltrezza e il gioco delle belle apparenze, passando dall’innocenza più pura alla sofisticazione più fredda, incrudelendosi nella falsa cortesia delle schermaglie dialettiche tipiche del secolo decimottavo. Le convenzioni di quella società, come di ogni società, assolvendo al compito di celare, sotto una maschera di ritualità, le emozioni e la spontaneità dell’individuo, che si tratti di amore, onore, duelli o guerra. Finché Barry terrà su questa maschera sarà vincente, la sua stella tramonterà quando cederà alla debolezza e alla pietà.

Con il passaggio di Barry all’alta società, lo stile visivo del film si fa più statico, con immagini estremamente bloccate in una specie di forma-gabbia pittorica. Stanley Kubrick, in maniera mirabile, ripetutamente trasferisce la congelata fantasia di quadri da museo in ogni elemento della pellicola: luce, costumi, trucco, pose, gesti, recitazione. Lo stesso Barry diventa una figura in questo panorama, cristallizzato più che animato dalle visioni dell’arte.

Una voce esterna narrante esplicita l’ambientazione storica, scandendo il tempo del film, interpretando i moti interiori dei personaggi. In tutta la prima parte, costituisce un sardonico commento al “comico” incedere del destino; mentre, quando, nella seconda metà, gli eventi precipitano, il tono è più comprensivo, in un’ottica di umana, tragica ironia.

Barry Lyndon è un vero teatro del tempo, dalla musicalità ipnotica. Straordinarie le soluzioni tecniche del film, con le lenti spaziali Zeiss adattate alla macchina da presa, per riuscire a girare con la sola luce delle candele e i frequenti zoom ad allargare per avere un montaggio interno della sequenza. L’idea era riuscire a ricreare una perfetta riproduzione di un passato storico che è, invece, un’ipotesi di Storia, che si fonde con la ricerca tecnica del cinema e la sua illusione di imitazione del reale, sostituendolo per sempre nel nostro immaginario.

Se gli attori principali, Ryan O’Neill e Marisa Berenson, si distinguono per bellezza e inespressività, straordinario è il cast dei comprimari, abilmente assortito nel far recitare personaggi irlandesi e inglesi a interpreti realmente provenienti da quei Paesi.

La versione restaurata in 4k di Barry Lyndon mantiene inalterato il fascino di un capolavoro senza tempo, non appiattendolo nella durezza del digitale, restituendo sul grande schermo la sfavillante e incantatoria bellezza delle immagini kubrickiane. Un apologo sulla Storia e sulle storie personali, attraverso cui il regista smentisce, con il passo ineluttabile del film, ogni improbabile convincimento che il passato, il ‘700 che vediamo nei raffinati quadri, nei ritratti di Thomas Gainsborough o Joshua Reynolds, possa essere stato un luogo più sicuro e civile, sordo e lontano dalle violente follie che accompagnano il nostro presente come un Leitmotiv oscuro e martellante.

Alla fine, rimane invincibile il fascino di Barry Lyndon, fra splendore visivo e musica. La pura suggestione emotiva che vede, come tono dominante del film, lo struggimento, di un tempo perduto, di una promessa non mantenuta. Le immagini di un volto che lentamente e vanamente si rivolge verso il suo oggetto del desiderio: Barry che attende di essere baciato da Nora, Lady Lyndon che cerca nel vuoto la presenza del suo amato dopo che tutto è finito, Stanley Kubrick che insegue la sua utopia di cinema. In Barry Lyndon ogni atteggiamento, ogni posa, desta l’emozione di un languore, catturato ripetutamente nel circolo eterno del desiderio inappagato e della perdita. TRAMA. Irlanda di metà Settecento. Redmond Barry, orfano di padre, s’innamora, apparentemente corrisposto, della cugina Nora. Quando lei sta per andare in sposa al capitano Quin, Barry sfida il rivale a duello e lo uccide. Costretto ad andarsene, viene rapinato strada facendo e decide di arruolarsi nell’esercito inglese. Qui viene a sapere che il duello con Quin era truccato e che il capitano è ora felicemente sposato con Nora. Barry combatte nella guerra dei Sette anni. Disgustato dalla vita militare riesce a disertare, ma, dopo una breve relazione con la giovane Lischen, viene scoperto dal capitano prussiano Potzdorff e indotto ad arruolarsi nuovamente per evitare la prigione. Nuove battaglie, nuovi pericoli. Finita la guerra, Barry, ormai nelle grazie di Potzdorff, viene incaricato di sorvegliare un compatriota, lo Chevalier de Balibari, andandone a servizio. Barry confessa la sua missione allo Chevalier e per un po’ fa il doppio gioco, finché non trova l’occasione di fuggire con lui, iniziando l’attività di giocatore d’azzardo. A Spa seduce la ricca Lady Lyndon, sposandola dopo la morte del marito. Fa vita da gran signore, tradendo la moglie e attirandosi l’odio del figliastro Bullingdon. Barry tenta una rovinosa scalata sociale per ottenere il titolo di Lord: sperpera moltissimo denaro, ma è costretto a rinunciare definitivamente ai sogni di gloria dopo aver brutalmente risposto a una provocazione del figliastro durante un concerto. L’ultima speranza di Barry, suo figlio Bryan, muore in un incidente. Lui sprofonda nell’alcolismo, Lady Lyndon tenta il suicidio. Bullingdon sfida a duello il patrigno e lo ferisce. Barry perde una gamba ed è costretto a lasciare insieme alla madre, per sempre, l’Inghilterra, dietro il pagamento d’una misera pensione.


di Davide Magnisi
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