La sposa!

La recensione di La sposa!, di Maggie Gyllenhaal, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Rilettura molto lontana del romanzo di Mary Shelley ma soprattutto dei numerosi epigoni dei film con Karloff che hanno giocato con la figura della sposa della creatura di Frankenstein, La sposa! è un’opera seconda superficialmente punk, libertaria e libertina che gioca con i generi ma combina un pastrocchio.

Che Maggie Gyllenhaal abbia velleità autoriali oltre ad un suo sguardo ben preciso, personalissimo, si era capito fin dal suo esordio con La figlia oscura (che già partiva svantaggiato perché tradurre Elena Ferrante con una declinazione d’oltreoceano era problematico alla radice): così come erano chiari i suoi difetti come regista. Inevitabilmente, La sposa! è chiaramente un film disunito, con una regia poco leggera che si prende fin da subito troppo sul serio probabilmente perché sente la responsabilità di raccontare l’urgenza del ruolo della donna oggi, madre -nel suo primo film- e sposa -nel nuovo-.

Il problema è che con La sposa! tutto peggiora rispetto a prima, perché non c’è un attimo di film che non abbia in sé almeno dieci citazioni messe insieme: c’è una foga invasata per inserire quanti più ammiccamenti possibili, che sommati alla reinterpretazione tematica già liberissima fanno sì che l’opera risulti spossante, faticosa, per nulla omogenea. Per quanto il focus si sposti completamente su un femminismo rivoluzionario, tutto il racconto soffre questa smania citazionista dove il buon senso viene soppresso dall’arroganza della supposizione: la Gyllenhaal vira vistosamente rispetto al suo esordio, dimentica qualsiasi impianto classico e si getta in un’esplosione di postmodernismo che purtroppo sembra però già di antiquariato.

Un cinema vecchio che si veste di nuovo, ma intorno al suo nucleo tematico così modesto e banale (siamo donne con le palle!) crea un contorno così massivo, talmente massiccio, da non poter che essere pesante, noioso, vetusto. Fastidioso. Suona tutto troppo finto e a tema, ogni pezzetto della creatura della regista mostra un eccesso di costruzione, di sovrascrittura, di sovrastima – ed è tutto così assordante, così frastornante, così marcatamente pop, da risultare indigesto.

La macchia che Jessie Buckley poi ha sul volto è un po’ come un sigillo, un monito, diventa troppo presto un segno finto rivoluzionario ma in verità tristemente mainstream; e La sposa! si mostra menzognero, antipatico nel suo sbattere in faccia temi con quel suo punto esclamativo, quasi gretto nel prendere in giro il pubblico ammassando dramma della solitudine, impossibilità di amare, strumenti politici, femminismo, in un coacervo talmente confuso da far sparire ogni sussulto d’emozione, ogni respiro.

David Lynch diceva: “se si vuole mandare un messaggio si scrive una lettera, non si gira un film”. Ed ecco, forse è questo il problema alla fine: La sposa! urla, non respira. Non mostra, insegna. E dall’alto della cattedra dove sale, non riesce a far sentire la propria voce.


di Gianlorenzo Franzì
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