Cime tempestose

La recensione di Cime tempestose, di Emerald Fennel, a cura di Mariella Cruciani.

Le virgolette che accompagnano il titolo del celebre classico della letteratura inglese dovrebbero, da subito, metterci sull’avviso: la regista Emerald Fennel non intende proporre una rievocazione fedele del testo originario bensì un’interpretazione personalissima. In proposito, ha dichiarato: “E’ un libro impossibile da portare sullo schermo, è troppo complesso, non potrei mai permettermi di dire di aver fatto Cime tempestose. Posso dire di aver fatto una mia versione che mescola i ricordi di quando lessi il libro la prima volta con le mie fantasie di ciò che avrei voluto succedesse ai protagonisti. E’ Cime tempestose ma, al tempo stesso, non lo è”.

In effetti, Fennel elimina diversi personaggi, compie molte modifiche sostanziali, cambia il finale ma, soprattutto, imprime alla storia una piega esplicitamente erotica, sottolineando gli elementi masochistici del racconto e puntando sulla fisicità dei due interpreti principali, Margot Robbie nei panni di Catherine e Jacob Elordi in quelli di Heathcliff. Se la prima appare fuori parte a causa dell’età, la scelta del secondo ha fatto discutere perché non si è tenuto conto dell’etnia ambigua del personaggio, motivo per cui viene bistrattato ed emarginato in società.

Anche per quanto riguarda la colonna sonora, chi si aspettava qualcosa in linea con il periodo storico di riferimento, l’Inghilterra dell’Ottocento, sarà rimasto spiazzato: le musiche del film sono, infatti, state affidate alla popstar Charli XCX perché la regista voleva musica “senza tempo, non tradizionale, ma di forte impatto emotivo”. Persino i costumi del film non rispecchiano affatto quelli dell’epoca: l’abito da sposa della protagonista, per esempio, mescola moda anni Cinquanta e stile dell’età vittoriana.

Sulla carta, insomma, poteva sembrare una grande sfida provocatoria: quasi 180 anni dopo la pubblicazione, rivisitare in chiave pop la tragica e distruttiva passione raccontata, con atmosfere da romanzo nero e con titanismo byroniano, da Emily Bronte. Del fascino dell’opera originaria, però, non resta nulla: tutto si riduce al rapporto morboso tra i due protagonisti che fagocitano ogni altro spunto di riflessione, ad esempio quello sulle differenze di classe.

Il risultato finale è simile ad un fotoromanzo mal riuscito in cui persino i dialoghi originali preservati perdono di senso e valore. Fennel ha anche rivelato di desiderare che il pubblico sia coinvolto e pianga ma, di romantico e commovente, in questa versione esasperata ed esasperante del romanzo ottocentesco, non c’è nulla. Siamo di fronte ad uno spettacolo patinato ed anestetizzante, in cui ciò che manca, non è la fedeltà filologica, ma la complessità morale, un punto di vista sul mondo e sulle umane vicende.


di Mariella Cruciani
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