Send Help
La recensione di Send Help, di Sam Raimi, a cura di Christian D'Avanzo.
Send Help segna il ritorno di Sam Raimi all’horror, genere in cui ha dimostrato fin dagli esordi una particolare capacità di muoversi con estro e creatività all’interno di produzioni indipendenti, a partire dalla trilogia de La casa. Dopo Drag Me to Hell (2009), il regista ha concentrato la propria attività soprattutto sulla produzione cinematografica e televisiva, per poi tornare alla regia con il film Marvel Doctor Strange nel Multiverso della Follia (2022). Con Send Help, Raimi si confronta nuovamente con un’opera di dimensioni più contenute, della durata di 113 minuti, che si muove tra commedia demenziale e horror, con innesti di thriller. Distribuito nei cinema italiani a partire da giovedì 29 gennaio 2026, il film è interpretato da Rachel McAdams e Dylan O’Brien, mentre la colonna sonora è composta da Danny Elfman, collaboratore storico del regista.
La vicenda è incentrata su Linda Liddle (Rachel McAdams) e Bradley Preston (Dylan O’Brien), una dipendente e il suo superiore che, in seguito a un incidente aereo, si ritrovano isolati su un’isola deserta come unici sopravvissuti. Costretti a collaborare per restare in vita, i due affrontano condizioni ambientali ostili che mettono in luce una dinamica sbilanciata, poiché è soprattutto Linda a dimostrare una maggiore capacità di adattamento, occupandosi della costruzione di ripari e del reperimento del cibo. La sopravvivenza sull’isola diventa così il terreno su cui si sviluppano e si ridefiniscono le tensioni legate al loro rapporto professionale.
Send Help parte da premesse convincenti, costruendo fin da subito una dicotomia chiara tra i due protagonisti, fondata su rapporti di potere, genere e classe. Bradley eredita l’azienda del padre e ne assume la guida senza mai mettere davvero in discussione i propri privilegi, incarnando una leadership superficiale, maschilista e apertamente nepotistica; al contrario, Linda è una figura solitaria e marginale, apparentemente eccentrica, ma estremamente competente sul piano professionale. In questa parte introduttiva Sam Raimi mostra di saper ancora lavorare con efficacia sulla messa in scena, dando corpo alle immagini attraverso il montaggio, il suono e il taglio delle inquadrature, così che il disgusto fisico provato da Bradley nei confronti di Linda risulta percepibile prima ancora che narrato. Lo stesso vale per la sequenza dell’incidente aereo, che chiarisce definitivamente il tono del film, sospeso tra commedia demenziale e horror grottesco, un equilibrio che resta centrale anche quando i personaggi si risvegliano sull’isola.
È proprio da qui che il film comincia a mostrare i suoi limiti. La dinamica della rivalsa, con una donna inizialmente data per sconfitta che trova nella natura selvaggia la possibilità di ribaltare le gerarchie sociali e professionali, si costruisce attraverso stereotipi pienamente dichiarati, efficaci proprio perché appaiono realistici. Linda si adatta, caccia, costruisce ripari e si fa via via più bella e luminosa, mentre Bradley mostra sul corpo i segni della propria inadeguatezza in questo nuovo ambiente: la pelle si rovina, le labbra si screpolano e la nostalgia per un potere ormai perduto diventa sempre più evidente. Se da un lato si assiste a una sovversione metaforica dei ruoli professionali, non accade lo stesso per quelli di genere, poiché il film mostra, con una vena quasi comica, che la donna sull’isola è capace di cavarsela in autonomia e di prendersi cura anche dell’altro, mentre l’uomo resta quello che è, abituato a comandare senza saper fare. Pur nella loro schematicità, questi luoghi comuni risultano verosimili e fanno riflettere proprio perché, se osservati nella vita reale, potrebbero funzionare esattamente così.
Tale asimmetria produce inizialmente effetti interessanti, eppure il film finisce per accartocciarsi su se stesso, rinunciando progressivamente a qualsiasi elemento davvero perturbante. Infatti, a dispetto di uno stimolante tentativo di sfumatura psicologica — entrambi i personaggi emergono come figure segnate da traumi e da un passato doloroso, potenzialmente “mostruose” —, Send Help evita sistematicamente il rischio: la tensione erotica è goffa o assente, la violenza resta quasi sempre inoffensiva e il senso di pericolo non trova mai una vera corporeità. Il risultato è un film dal soggetto stimolante ma dallo sviluppo svuotato, appesantito da lungaggini e ripetizioni, che rinuncia a esplorare fino in fondo dimensioni come il sadismo, la perversione o l’onirico, limitandosi a una parabola grottesca dichiarata ma poco incisiva, nonostante l’evidente volontà di riflettere, in chiave umoristica, su dinamiche sociali ancora tristemente attuali.
di Christian D'Avanzo