Il mago del Cremlino
La recensione di Il mago del Cremlino, di Olivier Assayas, a cura di Emanuele Di Nicola.
L’origine del progetto già in sé genera vertigine: Il Mago del Cremlino, in sala dal 12 febbraio col sottotitolo esplicativo Le origini di Putin, è liberamente tratto dal romanzo omonimo di Giuliano Da Empoli, che ricostruisce la storia di Vadim Baranov. Chi è? Una figura dalle molte vite, che infatti piace Emmanuel Carrère il quale diventato co-sceneggiatore del film. Nel dettaglio Baranov prima era un artista di avanguardia, poi perfino produttore di un reality show, e gradualmente diventa consigliere particolare di un agente del KGB che conquista il potere nel Paese: Vladimir Putin.
Siamo in Russia all’inizio degli anni Novanta: dopo il crollo dell’Unione Sovietica c’è grande confusione, intervengono i traghettatori della Storia, prima Gorbaciov e poi Eltsin, dovrebbero inaugurare la democrazia e l’economia di mercato ma qualcosa si inceppa, nel senso che – nella mente di molti – il popolo russo non vuole umiliarsi al cospetto degli occidentali e preferisce l’uomo forte al timone. In tale contesto nasce, cresce e prospera Branov, interpretato da Paul Dano, e si sviluppa il progetto nelle mani di Olivier Assayas; il cineasta francese potrebbe sembrare una scelta “strana” e invece si rivela scientificamente esatta, perché non è solo il regista del sentire interiore ma anche delle scorribande nella Storia, basti rivedere la miniserie Carlos.
È così che Assayas si mimetizza nell’opera su commissione, ma non va inteso in senso negativo: la vicenda dello spin-doctor putiniano si dispiega come un racconto vorticoso di due ore e mezzo, in cui la mano di Carrère si sente molto; dalla caduta dell’utopia comunista, ormai in macerie, all’ascesa del nuovo zar toccando le figure di passaggio, coloro che – a conti fatti – non seppero garantire gli anticorpi contro l’abisso. Il regno di Baranov e Putin è una fiera dell’ambiguità, una lezione di dittatura dolce. Colui che oggi incendia l’Ucraina nella origin story viene dipinto come un leader costruito a tavolino che va fuori controllo, sfugge agli stessi creatori che l’avevano scritturato per il ruolo, sottovalutandolo nell’illusione di manovrarlo come una marionetta. Anche lo stereotipo viene smontato con un’acuta provocazione: la mano forte post-sovietica è davvero peggiore della finta democrazia occidentale?
Gioca sul filo dell’ambiguità questo Assayas che ricorda Alan J. Pakula, ossia cesella un thriller politico che funziona come prequel alle guerre del presente. L’intreccio è prismatico, la riflessione lucida sulla differenza tra Russia e Occidente, tra potere e soldi, che si scarica sempre e inesorabilmente sulla pelle delle persone. Nelle mosse dei tanti personaggi che si alternano sulla scacchiera, domina la rotonda ambiguità di Paul Dano, mago non di Oz ma del Cremlino, che trova una chimica notevole con Jude Law nel ruolo di Putin. I connotati sono auto-evidenti, ma un’altra ipotesi per leggere il film porta a uscire dal particolare, come suggerito dallo stesso regista nella presentazione in concorso a Venezia: “È una storia su ciò che è diventata la politica e sulla situazione pericolosa in cui siamo tutti. Non riguarda solo Putin nello specifico, ma anche tanti altri leader”. A proposito di Law-Putin, comunque, siamo proprio alla bellezza del diavolo.
di Emanuele Di Nicola