Sorry, Baby

La recensione di Sorry, Baby, di Eva Victor, a cura di Guido Reverdito.

Sorry, Baby, esordio registico di Eva Victor (trentunenne attrice e sceneggiatrice francese naturalizzata americana dopo la pandemia di Covid-19), è un’attenta e in parte acuta esplorazione di un certo tipo di relazioni contemporanee che riesce a risultare al contempo personale e universalmente riconoscibile. Il film segue una giovane coppia di donne gay che navigano il terreno accidentato dell’amore, dell’ambizione e della scoperta di sé in una New York dei giorni nostri molto poco turistica e fiammeggiante delle mille luci che l’hanno resa celebre, ma spesso grigia e intimistica in linea con le fibrillazioni interiori delle due protagoniste.

Essendo una sorta di bignami forse non troppo intenzionale di tante mode e tendenze culturali figlie dell’era in cui viviamo (la correttezza politica portata alla sua esasperazione ne è infatti la cifra stilistica dominante), questo esordio nella regia è uno di quei prodotti destinati a essere inevitabilmente divisivi tanto presso il pubblico (specie quello coi capelli canuti) quanto presso la critica.

Dovendo quindi scegliere un atteggiamento di equanime neutralità nel recensire un prodotto che rischia di polarizzare in maniera fin troppo netta creando posizioni di astiosa antitesi, si è qui di seguito scelto di offrire la doppia faccia della medaglia: ovvero le lodi che arriverebbero inevitabilmente da chi incensa un prodotto pieno di genuina freschezza sulle difficoltà degli amori di una generazione (quella dei cosiddetti millennial) in crisi di identità e senza prospettive verso futuri rassicuranti, unite al disappunto di chi invece rischierebbe di vedere in Sorry, Baby un prodotto destinato solo a farsi portavoce di mode effimere del momento e incapace di garantire ciò che vorrebbe promettere.

A favore. La Victor, al suo debutto alla regia di un lungometraggio, porta una voce fresca al genere del dramma romantico. Il suo approccio è fondamentalmente onesto, rifiutandosi di romanticizzare le difficoltà delle sue protagoniste pur trovando momenti di genuina e partecipe tenerezza. Il film cattura la particolare ansietà delle relazioni millennial, nella maggior parte delle quali sembra si assista a una costante negoziazione tra indipendenza e intimità, con le aspirazioni di carriera che cercano di essere coniugate con la disponibilità emotiva necessaria per consolidare il rapporto.

La sceneggiatura ha le sue carte migliori in dialoghi di pungente realismo e autenticità al punto da sembrare improvvisati anche quando chiaramente non lo sono. Le conversazioni vagano, tornano indietro e occasionalmente esplodono in modi che suonano fedeli a come le persone comunicano nella vita autentica quando cercano di essere vulnerabili ma non sanno bene come fare. La frase stessa del titolo (sorry, baby) diventa una sorta di leitmotiv ricorrente nei rapporti tra le due protagoniste a titolo di suggello delle reciproche schermaglie che le portano a ferirsi a vicenda per poi cercare un perdono sempre possibile.

Molto positive le prove attoriali delle due protagoniste: ottime nel dedicarsi anima e corpo a raffigurare il caos emotivo dei personaggi che interpretano con una chimica palpabile tanto nei momenti teneri che in quelli di confronto, rendono credibile la dinamica di attrazione e repulsione di due persone che si amano davvero ma che potrebbero non essere attrezzate per dare ciò di cui l’altra ha bisogno.

Visivamente, la regista (anche autrice dello script) opta per un’estetica intima, quasi documentaristica. La macchina da presa pedina discreta ma implacabile i suoi personaggi, creando un senso di immediatezza a tratti voyeuristica. Lo sfondo newyorkese è reso non come una fantasia romantica ma come una realtà vissuta: appartamenti angusti senza la minima traccia di glamour in stile Manhattan, vagoni della metro affollati di gente piegata da esistenze all’ablativo e il ronzio costante della vita urbana.

Anche se in più di un punto il ritmo rischia di essere fin troppo al ralenti per poter creare reale coinvolgimento nel pubblico (con scene dilatate più del necessario e una struttura episodica che rasenta la ripetitività pur riflettendo il flusso e riflusso di una relazione), Sorry, Baby è in definitiva un’opera sorprendentemente matura e attenta che tratta i suoi soggetti con empatia rifiutandosi al contempo di scusarne le mancanze. Un film sulla difficoltà di amare qualcuno mentre si sta ancora imparando ad amare se stessi, capace di offrire allo spettatore disposto a confrontarsi con il disagio e l’ambiguità un’esperienza gratificante ed emotivamente onesta.

Contro. Sorry, Baby è un film che ambisce a essere delicato, introspettivo e “profondo”, ma che finisce per risultare soprattutto irrisolto, autoreferenziale e sorprendentemente vuoto. Dietro un’estetica curata e un titolo ammiccante, si nasconde un’opera che confonde la lentezza con la profondità e il non detto con la mancanza di idee.

La narrazione procede in modo frammentato e ripetitivo, senza una vera progressione emotiva o drammatica. Le scene sembrano spesso giustapposte più per creare atmosfera che per raccontare qualcosa di significativo, e il risultato è una sensazione costante di stallo. Il film promette introspezione, ma si limita a girare in tondo attorno agli stessi temi, senza mai affondare davvero il colpo. Anche perché l’intento nemmeno troppo nascosto della giovane regista franco-americana – qui agli esordi in cabina di regìa dopo un lungo apprendistato come attrice in serie TV – è quello di offrire al pubblico un prodotto capace dui rappresentare con malcelato orgoglio la generazione di appartenenza. Ovvero quei millennial sempre sospesi tra ansie di affermazione della propria identità (a tutti i livelli, compreso quello tanto trendy di genere) e preoccupazioni di fronte a una realtà che sembra non voler dar retta al loro bisogno di affrancarsi dal ruolo di eterni outsider sociali in cui credono di essere segregati da chi non vuole dare loro accesso ai ruoli che contano..

I personaggi, pur interpretati con partecipe devozione dalle due attrici protagoniste, restano abbozzati e opachi. Le loro motivazioni non vengono mai chiarite fino in fondo, rendendo difficile qualsiasi forma di empatia. In particolare, il personaggio principale appare più come un contenitore di pose emotive che come una figura realmente viva e complessa. La sceneggiatura oscilla tra momenti di dialogo brillante e sequenze che sembrano tirare per le lunghe senza aggiungere molto alla storia. E a questa serie di aspetti non certo confortanti (ma in parte accettabili perché sui sta comunque parlando di un esordio) non si può trascurare che tutti i personaggi secondari risultano delle silhouette bidimensionali, funzionando più come stereotipi che come figure realmente sviluppate. La prevedibilità di certi sviluppi narrativi toglie mordente a quello che potrebbe essere un percorso emotivo più interessante.

Anche la regia, che punta molto su silenzi, primi piani e tempi dilatati, finisce per diventare manieristica. Invece di rafforzare il coinvolgimento, la dilatazione a tratti soporifera e immotivata di parecchie sequenze accentua la distanza tra lo spettatore e la storia, dando l’impressione di un film più interessato a sembrare “sensibile” che a comunicare qualcosa di autentico. Commedia romantica moderna che tenta di scardinare alcune convenzioni del genere, finendo però col perdersi in una narrazione poco convincente e toni altalenanti che lasciano lo spettatore in bilico tra il divertimento e la frustrazione, Sorry, Baby è un prodotto che si prende molto sul serio ma offre poco in cambio. Un esercizio di stile che strizza l’occhio al cinema intimista contemporaneo senza riuscire a trovarne la sostanza. Più che lasciare una ferita emotiva, lascia un senso di frustrazione e anche il rischio che lo spettatore esca dalla sala chiedendosi di cosa il film volesse veramente parlare.


di Guido Reverdito
Condividi

di Guido Reverdito
Condividi