La classifica di Sight & Sound: se i partecipanti giocano in campionati diversi

Una riflessione di Paola Casella sui risultati dell'ultimo sondaggio della rivista Sight & Sound sui migliori film della storia del cinema.

La classifica di Sight & Sound: se i partecipanti giocano in campionati diversi

Di tutto il gran parlare intorno alla classifica dei 100 film migliori della storia del cinema stilata da Sight & Sound ciò che personalmente mi ha maggiormente colpito è che gli unici titoli della lista che non conoscevo erano firmati da registe. Eppure mi occupo di cinema da decenni e ritengo di avere una banca dati mentale piuttosto ben nutrita. Tuttavia non avevo contezza di alcuni titoli, nel senso che non solo non li avevo visti, ma non ne ricordavo neppure i titoli. Il che significa anche, al netto della mia colpevole ignoranza, che non è stato fatto un grande sforzo per mettermeli davanti al naso, come invece è stato per la maggior parte dei titoli a firma maschile inseriti nella classifica.

Lo scandalo sembra essere che il primo titolo della lista sia Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles di Chantal Akerman. E sì, anche secondo me, in termini assoluti, non è il miglior film della storia del cinema mondiale. Ma questa lista mette insieme campionati diversi: quello maschile, in cui i talenti sono stati nutriti, finanziati, pubblicizzati, annoverati nei testi di storia del cinema, premiati e in senso lato riconosciuti. E c’è quello femminile, in cui i talenti sono stati spesso ignorati, privati di quei fondi che andavano immediatamente in direzione dei talenti maschili perché le registe non erano (e non sono, in molti Paesi, fra cui l’Italia) considerate “un buon investimento”, esclusi dalle rassegne e dalle selezioni festivaliere, mai citati nei testi di storia del cinema, raramente premiati, e in assoluto non visti, prima ancora che riconosciuti.

Una donna che voleva diventare regista ha dovuto per molti, molti anni non adeguarsi alla richiesta sociale di essere innanzitutto una brava moglie e madre, e poi, forse, nei ritagli di tempo, e senza nessun aiuto, un’artista. Il cinema è un’industria, non un’attività solitaria e a costo quasi zero come ad esempio la scrittura, dove infatti le donne hanno cominciato ad eccellere molto prima che nel cinema. Qui non basta una stanza tutta per sé, ci vogliono un produttore che ti finanzi, un distributore che creda nella tua commerciabilità, un ministero che selezioni i tuoi progetti e li doti di un portafoglio e non solo di un patrocinio gratuito.

Ora che è in corso una affirmative action asostegno delle registe, fosse anche solo per moda o propaganda, quelle di talento (perché il talento ci vuole, è fuori discussione) emergeranno: basta vedere quello che sta succedendo in Francia, dove le esordienti sono una piccola legione, e sono una meglio dell’altra, o l’incredibile fermento di registe provenienti dai Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” che, grazie ai finanziamenti francesi ed europei, stanno facendo sentire alta la loro voce.

Ma al momento, e dopo un centinaio di anni di cinema, è ovvio che le registe che possono competere con le loro controparti maschili giocano in un campionato diverso, un po’ come sta succedendo in questi giorni ai Mondiali, in cui Paesi dove la tradizione, gli investimenti economici e strutturali e la spinta socioculturale legati al calcio sono più recenti, nonostante la grinta e la voglia di emergere, soccombono alla maggiore esperienza (il che non significa necessariamente il talento superiore) e ai mezzi di cui hanno beneficiato le squadre per molto, molto più tempo.

La classifica di Sight & Sound ha ignorato praticamente tutte le registe eccellenti che sono spuntate in questi ultimi anni: da Andrea Arnold a Kelly Reichardt, da Lynne Ramsay a Debra Granik, da Kathryn Bigelow a Chloé Zhao, da Ava DuVernay ad Alice Rohrwacher, da Mia Hansen-Løve a Lucrecia Martel, giusto per fare qualche nome. E ha bypassato completamente registe del passato come Elvira Notari, Alice Guy-Blaché, Leni Riefenstahl, Ida Lupino, Lina Wertmüller, Elaine May, Liliana Cavani, Cecilia Mangini, anche qui giusto per fare qualche nome, che sono state mosche bianche in un panorama omologante maschile i cui film, considerato l’handicap di partenza che hanno dovuto superare, sono altamente meritevoli.

In ultimo, i votanti della selezione di Sight & Sound sono quasi tutti uomini e, per quanto si sforzino di essere galanti o politically correct, fanno fatica a sintonizzarsi su opere dalla sensibilità profondamente femminile come i recenti La scelta di Anne e Saint Omer, che non avrei voluto vedere ancora in questa classifica perché, secondo il mio parere personale, sono ancora troppo green (del resto sono entrambi opere prime), ma che ci mettono davanti ad un modo di vedere, percepire, organizzare e raccontare una storia radicalmente diversi da quelli cui siamo abituati, e rivelano parti dell’esperienza femminile, fatta in gran parte di diniego e segretezza, che sono il nostro pane quotidiano, ma sono state sottaciute almeno per un intero secolo di cinema.

Il cinema delle registe sta scardinando un metro etico ed estetico, e arriverà il momento in cui ci sarà posto per La donna che visse due volte, Quarto potere o Viaggio a Tokyo, ma anche per i capolavori a venire a firma femminile, nutriti, finanziati, pubblicizzati, annoverati nei testi di storia del cinema, premiati e prima di tutto visti e riconosciuti.


di Paola Casella
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