Suspiria

La recensione di Suspiria, di Dario Argento, a cura di Boris Schumacher.

Cosa si può dire o scrivere che non sia già stato detto o scritto su Suspiria, il capolavoro furioso e furente di Dario Argento uscito per la prima volta al cinema quasi mezzo secolo fa, nel lontano 1977? Negli anni sono stati versati fiumi d’inchiostro sul primo horror puro diretto dal maestro del brivido, il film che lo ha consacrato a livello internazionale, facendolo conoscere e amare ovunque, dalla Francia all’estremo oriente.

Rivisto oggi, nella magnifica versione restaurata in 4K dalla Synapse Films sotto la supervisione del direttore della fotografia Luciano Tovoli, capace di riportarlo all’antico splendore e di esaltare la sua estetica dirompente, Suspiria conserva intatta tutta la sua forza primigenia. Un’opera che assale da subito lo spettatore, fin dalla prima scena, con l’arrivo della protagonista all’aeroporto di Friburgo, accolta da una natura minacciosa e ostile, con le musiche tetre, ossessive e angoscianti dei Goblin a farla da padrone. L’americana Susy Banner* arriva in Germania “per perfezionare i suoi studi di balletto nella più famosa scuola europea di danza”. Ad accoglierla troverà una congrega di streghe con a capo la potente e temibile Helena Markos, fondatrice nel 1895 – anno di nascita del cinema – della Tanz Akademie.

A due anni di distanza da Profondo Rosso, tuttora il suo film più famoso e amato in patria, Argento realizza un’opera epocale nel pieno della sua maturità e ispirazione artistica, destinata a diventare un classico intramontabile del genere horror, venerata da più generazioni, citata e omaggiata da artisti e cineasti nel corso degli anni, fino al (finto) rifacimento di Luca Guadagnino presentato a Venezia nel 2018, l’ennesimo atto d’amore nei confronti di un testo filmico sacro (o demoniaco, fate voi) e inviolabile.

La genesi di Suspiria è nota, fu scritto e sceneggiato dallo stesso Argento col contributo fondamentale di Daria Nicolodi, la sua compagna dell’epoca da cui aveva appena avuto Asia, la sua seconda figlia. La storia, nella sua semplicità ed essenzialità, è ispirata ai racconti della nonna di Nicolodi, che in gioventù aveva frequentato un istituto artistico da cui era fuggita dopo aver scoperto che celava al suo interno una scuola di magia nera. Ossessionato da Biancaneve e i sette nani della Disney, che in tenera età lo aveva profondamente turbato fino a procurargli incubi notturni, Argento voleva ottenere e riprodurne gli stessi colori, lo stesso Technicolor saturo e aggressivo. Grazie al contributo del direttore della fotografia Luciano Tovoli e a un pizzico di fortuna nel reperire degli avanzi di pellicola della Kodak a bassissima sensibilità, i cromatismi del film risultano davvero unici, vividi e accesi, ottenuti sparando una luce fortissima sul set, filtrata attraverso dei teli di velluto in grado di gettare una macchia di colore densa e uniforme sul volto degli interpreti. Un espediente che si sposa perfettamente con la volontà di Argento di dar vita e plasmare un ambiente, soprattutto quello interno alla Tanz Akademie, distante e lontano dalla realtà, vicino al mondo delle fiabe. Suspiria, primo capitolo della Trilogia delle Madri di Argento seguita da Infermo e completata da La terza madre, liberamente ispirato alla raccolta di saggi Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey, è forse l’ultima grande produzione in Techicolor della storia del cinema. Un film unico e irripetibile, con scene di inusitata violenza – orchestrate con grande cura e con un virtuosismo sbalorditivo – che lasciano senza fiato e sprigionano una tensione altissima e costante, quasi insopportabile.

Una parte consistente del merito è da attribuire alla colonna sonora dei Goblin che non concede un attimo di tregua allo spettatore: una vera e propria aggressione sonora contraddistinta da musiche terrificanti e oscure, voci sibilate e frastuoni infernali capaci di costruire un’atmosfera da incubo. Suspiria è un’opera visionaria e onirica, quasi metafisica nella sua assenza di un assassino in carne e ossa, che rifugge la logica e la razionalità, sebbene la discesa nelle tenebre della protagonista, col suo ingresso nel covo segreto delle streghe passi attraverso la classica ricomposizione argentiana del puzzle – comune a tanti suoi film – con Susy che finalmente è in grado di decifrare e interpretare quelle parole confuse intercettate al suo arrivo notturno alla Tanz Akademie, in mezzo al frastuono assordante del temporale.**

Oltre a essere l’apice del cinema di Argento, realizzato nel suo decennio d’oro, gli anni ‘70, Suspiria è uno dei titoli spartiacque della sua carriera, teso com’è verso la pura dimensione fantastica che irromperà senza freni inibitori nel film successivo, Inferno, ma ancora legato al processo percettivo – che qui non si esercita attraverso lo sguardo come in L’uccello dalle piume di cristallo o Profondo Rosso ma attraverso l’udito – che ha caratterizzato la prima parte della sua carriera contribuendo a rendere così unici e peculiari i suoi lungometraggi. La differenza sostanziale rispetto alle opere precedenti sta nel fatto che qui la percezione è usata in modo opposto, non più per risolvere un enigma e arrivare a una conclusione logica e razionale ma per sprofondare nell’incubo di una fiaba nera, addentrandosi nelle profondità di un mondo misterioso ed esoterico dominato dal male assoluto.

* Bannion nella versione originale girata in lingua inglese dove purtroppo la voice over in apertura, che nella copia doppiata in italiano è sussurrata dallo stesso Argento, risulta meno incisiva e suggestiva.

** Nel cinema di Argento l’atto percettivo è il punto d’incontro tra il razionale e l’inconscio. La percezione è lo strumento di ricerca del reale a cui ricorrono diversi protagonisti dei suoi film, trasformati in detective improvvisati, quando cercano di ricordare un dettaglio che si rivela essere fondamentale nell’individuazione dell’assassino.


di Boris Schumacher
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