Past Lives

Le recensioni di Guido Reverdito e Franco La Magna, seguite dalla rassegna stampa a cura di Simone Soranna, riguardo a Past Lives, di Celine Song, Film della Critica per l'SNCCI.

Past Lives, di Celine Song, distribuito da Lucky Red, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:

«Le vite passate del titolo sono quelle sfuggite ai due protagonisti nei momenti in cui il destino avrebbe potuto prendere un’altra direzione: prima bambini separati dalle famiglie, poi giovani divisi dall’Oceano a cui non bastano i social per ritrovarsi e infine adulti che la vita ha irrimediabilmente distanziato. Celine Song firma un melodramma senza parole e senza lacrime, delicato e malinconico, ma toccante fino all’emozione».

La recensione
di Guido Reverdito

Com’è possibile che un piccolo film (piccolo per budget ma non per ambizioni) che guarda dritto negli occhi al mélo romantico classico sia diventato una specie di caso globale, osando addirittura contendere a corazzate del calibro di Oppenheimer, Killers of the Flower Moon, La zona d’interesse, Barbie e Povere creature la statuetta del miglior film nella serata degli Oscar? Il tutto dopo aver fatto razzia di premi nei più disparati festival del pianeta per tutto lo scorso anno.

Questo è successo e succede perché Past Lives – esordio registico della drammaturga canadese di origini coreane Celine Song da tempo residente a New York – centra in un colpo solo due obiettivi ardui da coniugare. E cioè da una parte raccontare con elegante delicatezza la storia di un amore infelice, senza che la funzione consolatoria della scrittura annacqui l’amaro in bocca che il finale senza speranze impone come una sentenza. E dall’altra permettere allo spettatore di immedesimarsi in toto nella vicenda narrata sullo schermo, spingendolo volente o nolente a ripensare così a tutto quello che sarebbe stato se la propria vita avesse preso una strada diversa da quella percorsa.

Na-young e Hang-seo si incontrano alle medie nella Seoul dei primi anni ’90. Sembra che l’amore sia pronto a sbocciare, ma all’improvviso il Destino ci mette lo zampino: la famiglia di lei emigra in Canada e per anni quella fiamma lontana resta quiescente mentre le vite dei due ormai ex adolescenti seguono percorsi paralleli senza più intersecarsi per un decennio. Ma galeotta sarà l’era dei social media: un giorno Hang-seo ritrova casualmente su Facebook la fiamma del passato: studenti universitari entrambi, inseguono sogni diversi (lui diventerà ingegnere, lei drammaturga di successo dal Canada a Broadway), finendo però col riperdersi quasi subito per altri dieci anni.

Ed è a quel punto che lo spettatore si imbatte nella loro versione di 40enni (nel magnifico flash-forward con cui si apre il film e di cui non è bene dare conto per non attenuarne la potenza di detonatore narrativo): Na-young – che adesso è diventata Nora e quasi fa fatica a parlare in coreano – è una scrittrice di successo, sposata con un romanziere americano che sembra l’incarnazione del marito dei sogni. L’equilibrio pare perfetto e la Vita sognata diventata realtà. Ma a scombinare le carte ci pensa Hang-seo, che piomba in carne e ossa a New York per capire se ci sia ancora tempo pe scatenare l’eruzione di quell’antico sentimento nato sui banchi di scuola e rimasto sopito per troppi anni nel cuore della sua amata.

Il triangolo che sembra venirsi a formare per la breve durata del soggiorno newyorkese dell’amico ritrovato è una figura scalena e non ha nulla a che vedere con la tipica ronde à trois di stampo borghese. Non c’è spazio né per sotterfugi adulterini né tantomeno per ripensamenti tardivi. Nora è l’ago della bilancia, è lei che porta i pantaloni e dirige il traffico tra l’amante mancato venuto a turbarla dal passato e il marito moderno impermeabile ai fantasmi della gelosia, ma confuso quanto basta per fare da modello vivente di maschio confuso di moda da un po’ di tempo a questa parte.

Travasando sulla pagina i sussulti della propria vita e guardando scopertamente a titoli analoghi che hanno raccontato l’evolversi nel tempo di relazioni viziate dalla distanza nello spazio (basti pensare a molto cinema di Wong Kar-wai o alla trilogia di Richard Linklater costituita da Prima dell’alba, Prima del tramonto e Before Midnight), con Past Lives Celine Song rivisita i canoni del melodramma romantico classico riscrivendone le regole in chiave contemporanea e arricchendone i canovacci lisi con l’iniezione sottotraccia di temi ambiziosi e importanti quali la critica sociale dei guasti di certo capitalismo in versione sudorientale o la ricerca della propria identità attraverso l’integrazione culturale e l’accettazione della diversità.

Ma soprattutto lasciando che la sospensione eterea con cui viene raccontata questa storia d’amore mancato (non ostante la predestinazione – il concetto di matrice buddista dello in-yun su cui tanto si insiste nel film – sembrasse orientare l’esito dell’incontro in ben altra direzione) faccia da antidoto potente al rischio di franare nella melassa. Rischio che corre chiunque si azzardi a far ruotare un’intera sceneggiatura sul valzer tra amore e destino e sulle fibrillazioni di cuori sintonizzati su frequenze diverse.

La recensione
di Franco La Magna

Una vena di struggente malinconia attraversa l’intero percorso narrativo del delicatissimo e intimista Past Lives, fulminante e sorprendente opera prima della regista, sceneggiatrice e drammaturga trentaseienne sud coreana Celine Song che – attingendo abbondantemente dalla propria biografia (ha lasciato con la famiglia la Corea per risiedere prima in Canada e successivamente negli Stati Uniti, dove si è sposata, proprio come accade nel film) – con quest’opera d’esordio si candida autorevolmente ai più importanti riconoscimenti cinematografici mondiali (ha ricevuto, tra gli altri, la candidatura all’Oscar come miglior film straniero).   

Scansando ogni retorica dei sentimenti, sempre in agguato in storie similari, e aprendo con un prologo interrogativo (chi sono le tre persone sedute al bancone di un bar?, che è quasi la fine del film), Celin Song racconta in flashback con mano ispirata di un lungo amore irrealizzato, della forza dirompente dei sentimenti inespressi, pedinando in principio una breve tranche de vie di due ragazzini d’ingegno, una bimba e un bimbo in competizione scolastica, che si ritrovano anni dopo, ormai adulti, dapprima (12 anni dopo la separazione) chattando e poi incontrandosi 24 anni dopo a New York, dove la donna, sceneggiatrice e figlia di un regista, si è definitivamente trasferita e sposata. Il montaggio alternato ricorda l’inesorabile trascorrere del tempo con il continuo emergere dell’indimenticata infanzia che avvince indissolubilmente i due mancati amanti, balugina negli sguardi furtivi, si fissa in quelli insistiti, nei suoni della lingua madre (il film è soltanto parzialmente sottotitolato), nell’antico nome coreano della donna ormai americanizzato in Nora, convalidando la potenza dell’amore inespresso, ma palese, le inestirpabili radici culturali dei due protagonisti che attraversano una New York, megalopoli resa anch’essa protagonista-spettatrice di una storia universale senza tempo, di sentimenti repressi.                                

Sottotraccia lo scontro di culture, la millenaria coreana con tutte le sue credenze e quella contemporanea americana. E poi soprattutto la vita che “avrebbe potuto essere”, ma che non è stata, perché dice il coreano Hae Sung, l’amico d’infanzia, a Nora riferendosi allo sposo di lei e rimarcando la propria appartenenza culturale: “In questa vita, tu e Arthur avete gli ottomila strati di in yung…”, credenza buddista e metempsicotica che indica la condizione necessaria per cui due esseri umani sono destinati ad incontrarsi e stare insieme.           

Forse solo la metempsicosi, a cui entrambi i protagonisti ancora credono o fingono di credere, terrà in vita e alimenterà la speranza d’incontrarsi e finalmente di amarsi in un’altra vita e lo scoppio di pianto finale di Nora, che abbraccia disperata il marito dopo aver lasciato l’amico Hae Sung, ne conferma il vero amore rimasto per sempre in questa vita un sogno ormai impossibile. Un film sussurrato, magico, lieve e profondo al contempo, nel clamore agitato e scomposto del mondo contemporaneo, che proprio nella pacatezza con cui riesce ad affrontare una storia così drammatica, di sentimenti sopiti ma mai estinti, mantiene altissimi i livelli di emotività per far vibrare intensamente corde profonde dell’animo umano, dentro cui si cela sempre la vita passata.

Una breve rassegna della stampa italiana sul film
(a cura di Simone Soranna)

A cominciare dalla sua presentazione al Festival di Berlino del 2023, Past Lives è stato accolto piuttosto positivamente dalla stampa italiana.

Andrea Chimento, ad esempio, su IlSole24Ore sostiene che il film sia stato in grado di confermare le grandi aspettative che lo precedevano dopo la primissima presentazione al Sundance Film Festival: «Era tra i più attesi del concorso della Berlinale e non ha deluso le aspettative: stiamo parlando di Past Lives, film che ha avuto la sua première mondiale al Sundance Film Festival prima di entrare in competizione per l’Orso d’oro».

Massimo Causo, sulle pagine di Duels, sottolinea l’aspetto fondamentale della dimensione temporale presente nel lungometraggio. Scrive così il critico: «It’s easier to leave than to be left behind, cantavano i R.E.M. qualche anno fa: la questione del tempo è che cristallizza le emozioni di chi resta e lascia svaporare quelle di chi parte. Più facile andare che essere lasciati indietro: lo sa bene Hae Sung che è rimasto in Corea quando Nora è partita per l’America con i suoi genitori, artisti che un giorno hanno deciso di trasferirsi a New York. Se amore ci può essere nell’adolescenza, il loro era amore vero, ma quel che ne è restato vent’anni dopo non è facile capire cosa sia: la timeline dei sentimenti funziona per slittamenti e sovrimpressioni, quasi mai per ellissi».

Chiara Zuccari, invece, su Sentieri selvaggi è più interessata ai dettagli biografici della regista, messa in relazione con la dimensione spaziale presente nel film: «Quante volte nel corso degli anni capita di pensare alle molteplici pieghe che la nostra vita avrebbe potuto prendere, a cosa sarebbe successo se davanti a un bivio avessimo scelto un percorso diverso. Un altro lavoro, altri studi, un’altra città, un compagno o una compagna differenti. Celine Song parte dalla sua esperienza personale, di coreana emigrata bambina in Canada coi genitori, e di scrittrice a New York sposata con un americano, che incontra a distanza di vent’anni un amico d’infanzia. In Past Lives, esordio cinematografico della regista, assumono le identità di Nora e Hae Sung».

Su Quinlan, Donato D’Elia si sofferma sulla produzione dell’opera, marcata A24, denotando una sorta di firma stilistica ben precisa capace di incanalare il progetto entro binari ben definiti. Scrive così il critico: «Un film che può agilmente essere definito come una via A24/Sundance al cinema romantico, assommando al grande amore al centro della scena un contesto socioculturale specifico e preziosismi stilistici (la regista ha girato in pellicola): se questo rappresenti un’aggiunta o una sottrazione al genere, è da stabilire secondo gusti e idiosincrasie».


di Guido Reverdito e Franco La Magna
Condividi