Ghostbusters – Minaccia globale

La recensione di Ghostbusters - Minaccia glaciale, di Gil Kenan, a cura di Roberto Baldassarre.

Reboot Ghostbusters, secondo capitolo. Sebbene l’effettistica sia di prima qualità, ci siano abbondanti dosi d’umorismo, un sostenuto ritmo e un certo carisma nel nuovo nucleo degli acchiappafantasmi, quello che veramente riluce in questo Ghostbusters – Minaccia glaciale sono i frammenti estrapolati dal capostipite del 1984 e dal videoclip dell’omonima canzone a firma di Ray Parker Jr.. Queste immagini sgranate, nostalgiche, di un’epoca (cinematografica e americana) ormai scomparsa, fanno capire cosa funzionava in quel lontano blockbusters. Era la genuinità del prodotto, che poi si era un po’ persa già nel secondo episodio.

Ghostbusters: Legacy (2021) di Jason Reitman, capitolo base – e ponte con il passato –  era riuscito in parte a mantenere quel senso di goliardia, e saper ben convogliare la nostalgia con l’apparizione finale degli originali – e invecchiati – Ghostbusters. In questo secondo tassello, invece, tutto risulta troppo costruito, in modo tale che i nuovi acchiappafantasmi facciano breccia nel cuore degli spettatori, e soprattutto grossi incassi nei box office di tutto il mondo. E quindi ecco una strizzata d’occhio cinefila attraverso le già citate immagini innestate, il recupero di qualche tormentone, l’apparizione di alcune figure presenti nell’originale (il primo fantasma catturato, il coriaceo Walter Peck e Slimer) e poi la fiammante quanto glaciale lotta con il male di turno, che vuole sottomettere tutto il mondo a partire da New York.

In questo caso il cattivissimo da acchiappare e stoccare è uno spirito di nome Garraka, di remota origine orientale che per millenni era rimasto rinchiuso in una palla di ottone. Dopo un prologo allettante, ambientato nella New York di inizio Novecento, che ci mostra cosa è capace di fare Garraka, veniamo subito gettati in media res nelle avventure della famiglia Spengler, alle prese con lo spirito di un drago volante. Brivido, azione e risate, che proseguiranno, con alterni risultati, per il resto del film. A questi elementi di spettacolo, si aggiunge il romanzo di formazione, che era stato accennato nel precedente capitolo e qui è ampliato.

Sebbene il film, come l’originale, sia corale, la vera protagonista di questo franchise è Phoebe Spengler, nipote genialoide di Egon. Adolescente nerd e al contempo cazzuta, è lei lo spirito combattivo dei Ghostubsters, che prende seriamente questa bislacca professione. In minaccia glaciale Phoebe è sempre testarda e battagliera, ma appare anche il suo animo melanconico e sentimentale. Il confronto con il fantasma Melody, adolescente solitaria costretta nel limbo del mondo degli spiriti, fa intravedere un accenno di omosessualità, che poi è il suo lato debole. Un aspetto che mostra come questo franchise, dopo il tema dell’importanza dell’amicizia, dell’adolescenza irrequieta e l’importanza della famiglia, cerchi di aggiungere una tematica LGBT.

Quindi più che una maturazione, una stratificazione, il plot di Ghostbusters sta avendo delle ibridazioni, inglobando più argomenti possibili. E i vecchi acchiappafantasmi? Compaiono anche loro, in maniera più sostanziosa, però sarebbe stato meglio lasciarli riposare in pace, perché sbiadite figure di un passato glorioso e conferma di come quel carisma originale sia ora soltanto posticcio. Anzi, l’unica che funziona è Janine, che con le sue sentenze taglienti rimane godibile.


di Roberto Baldassarre
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