Ucraina: la polvere del Novecento

Per la rubrica "Cinema è Storia", Roberto Manassero riflette sull'inutilità delle immagini della guerra tra Russia e Ucraina.

Ucraina: la polvere del Novecento

«Puzzi di carne bruciata. Puzzi del tuo passato», dice Stalin a Hitler in quel poema dell’aldilà che è Fairytale di Sokurov. «Tutti quanti puzzavamo», gli risponde quell’altro. Nel film i due dittatori vagano in compagnia di Mussolini e Churchill in un paradiso che somiglia all’inferno, allestito come una fantasia pittorica che mescola reminiscenze dantesche ed escheriane. Ai piedi di questi grandi uomini dannati, responsabili «della storia naturale della distruzione» (per citare un altro dei film più significativi dell’anno, The Natural History of Distruction di Sergei Loznitsa), sta una massa di anime dannate che ancora li incita. Mani come fantasmi, movimento come onde, la forza inarrestabile della vita che fatica a disperdersi nel regno della morte.

E infatti i morti di Sokurov si dannano come se fossero ancora vivi. Poco prima delle battute citate, Hitler sta camminando in mezzo a una distesa di soldati morti. «Perdonatemi, soldati», dice. «Noi torneremo e gli ebrei saranno dove dovrebbero essere. Oh grandi soldati: alzatevi!». E uno di questi, da terra: «Sono ancora sveglio. Mi alzerò e ti ucciderò una volta per tutte»… Nonostante di recente ci si sia più volte affrettati a dire che il Novecento è finito anch’esso una volta per tutte (con la morte di Gorbačëv prima e con quella della regina Elisabetta poi), Sokurov non ha mai smesso di mettere in scena la certezza che il secolo delle distruzioni di massa in realtà non passerà mai: inutile aggiungere che la storia gli stia dando ragione. E non solo da oggi, visto che già in Francofonia, da russo e da europeo, sosteneva che la Russia è l’inconscio rimosso dell’Europa.

Se del resto qualcosa questa nuova guerra tra Russia e Ucraina ha fatto emergere è proprio l’inutilità delle immagini che l’hanno raccontata, la raccontano e purtroppo continueranno a raccontarla. Gli orrori di Bucha, ad esempio, pur nella loro evidenza (o forse proprio per via della loro evidenza), sono stati fatti passare da parte russa per messinscene: un tentativo disperato, certo, ma efficace abbastanza per negare lo statuto di verità a un’immagine. Nulla, dopotutto, può confermarne la veridicità, se non l’immagine stessa. E un’immagine digitale, lo sappiamo bene, in quanto replicabile all’infinito comincia ad essere contraffatta nel momento stesso in cui è realizzata.

I personaggi storici di Sokurov sono realizzati in deep fake (la tecnica digitale che combina e sovrappone immagini esistenti ad altre originali con grotteschi effetti di straniamento) per un motivo preciso: perché Sokurov sa perfettamente che del Novecento non resta che la polvere del tempo, l’immaginario che ha generato infinite immagini e per questo ha finito per negare la possibilità di creare nuove forme di rappresentazione. Non è un caso che la sola figura a restare immobile, in Fairytale, sia quella di Cristo, bloccata nella sua iconografia pittorica. Stalin, Hitler, Mussolini, Churchill si muovono, parlano, camminano, si moltiplicano, restando però anch’essi bloccati nelle immagini che li hanno immortalati (in pose, movimenti, sorrisi). Ecco dunque il vero inferno delle immagini, la loro reiterazione perenne, la loro originalità perduta.

Ancora una volta, di fronte alla guerra in Ucraina e alle sue immagini, ai servizi dei tg, ai video sui social, ai doc vagamente propagandistici (l’ultimo visto a Venezia, Freedom on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom), ai film d’autore che da anni, in anticipo sul discorso pubblico, ne stanno seguendo l’evoluzione e ne hanno immaginato le derive (i titoli sono arcinoti: Donbass di Sergei Loznitsa, Atlantis e Reflection di Valentyn Vasjanovyč, Bad Roads – Le strade del Donbass di Natalija Vorožbyt, Mariupolis di Mantas Kvedaravičius, Tranchéesdi Loup Bureau, The Earth Is Blue as an Orange di Iryna Tsilyk, This Rain Will Never Stop di Alina Gorlova…), viene da pensare che Sokurov con Fairytale abbia voluto mostrare il destino della storia, dei suoi protagonisti e dei suoi sudditi. E cioè il limbo della non-esistenza, la dispersione verso il vuoto di ogni evento, la sua versione filmata, iconizzata e sfocata.

Tutte le immagini che fino a oggi hanno raccontato questa nuova guerra finiranno anch’esse per disperdersi, accatastate in qualche archivio digitale, una sovrapposta all’altra, una indistinguibile dall’altra, così vicine alla vita da diventare vuote, puro materiale audiovisivo senz’anima. E tutto questo perché fin da ora tutto quanto vediamo e abbiamo visto – video di bombardamenti filmati in diretta, riprese di corpi straziati sull’asfalto, visioni dall’alto via drone, battaglie coi visori notturni: un insieme di soluzioni visive che almeno dalla prima guerra del Golfo ha trasformato la realtà della guerra in cinema di finzione – è sovrapponibile e indistinguibile.

Nel citato The Natural History of Distruction, Loznitsa ha recuperato e montato con una forza espressiva impressionante le immagini dall’alto delle città europee devastate dai bombardamenti nazisti e alleati durante la seconda guerra mondiale: distese di rovine, città ridotte a scheletri di strade, cadaveri sepolti sotto metri di macerie. Il limbo di quelle immagini, che non hanno perduto nulla della loro forza ma sono identiche le une alle altre (Dresda come Coventry, Berlino come Londra), non cancella la morte di chi le popolava. E le vite che lì sono finite probabilmente ora vagano in un aldilà come quello di Sokurov, pronte ad alzarsi per uccidere una volta per tutte chi le ha uccise.

È un sogno, in realtà, quello di Sokurov: il sogno del cinema, che laddove sa di non poter più vedere non può fare altro che redimere le vittime della storia. E i morti di Bucha, così visibili e così osceni in mezzo a quelle strade vuote, chi li redimerà? Chi li potrà vedere veramente per dar loro giustizia?


di Roberto Manassero
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